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TORRE ANNUNZIATA

TORRE ANNUNZIATA

Nel 1964 alcune scoperte fortuite, oltre a far conoscere una villa romana nella zona bassa di Torre Annunziata di cui pochissimo si poté recuperare, misero in luce un’altra grandiosa villa nell’odierna via dei Sepolcri, presso l’ex spolettificio militare. La zona era stata già toccata dalle esplorazioni borboniche del 1839-1840, come mostrano i cunicoli che gli scavatori, sotto la direzione di A. de Franciscis, trovarono qua e là, ma il complesso non ha sofferto danni , dal momento che si rinvennero splendidamente conservte le pitture di molti suoi ambienti, sepolti sotto un doppio strato di ceneri e lapilli (tipico dell'area pompeiana) e di fango indurito (tipico dell'eruzione del 79 d.C. nella zona ercolanese). Torre Annunziata, infatti, l'antica Oplonti, menzionata solo nelle tarde fonti cartografiche - Tabula Peutingeriana, Anonimo Ravennate - sorgeva a mezza strada fra questi due centri (la Tabula Peutingeriana ne dà la distanza in sei miglia da Ercolano e tre da Pompei) e pertanto risentì di entrambe le manifestazioni dell'eruzione del Vesuvio.
La villa di Oplonti  è un grande edificio con innesso un giardino (viridarium) alle spalle, delimitato oggi verso sud, cioè dal lato d'ingresso, da un canale del Sarno, sì che sembra difficile che gli scavi futuri  possano estendersi in questa direzione. Al primitivo impianto appartengono sia i due settori ad est e ad ovest, sia i vasti ambienti allineati lungo l'asse centrale, fra i quali emerge il peristilio che attraverso un passaggio colonnato (pròpylon) portava al. grande salone contiguo al viridarium e che era movimentato e alleggerito da due ali di portico basse e allungate. La tecnica muraria in opera incerta e qua e là a pseudo-reticolato, e la splendida decorazione pittorica di II stile pompeiano, fanno assegnare l'edificio alla metà del I secolo a.C.
Più tardi, in età augustea, si ebbero dei rifacimenti nel settore dei bagni e venne ampliato il salone settentrionale prolungandolo verso il viridarium e rialzando il pròpylon d'ingresso, mentre si provvedeva contemporaneamente all'erezione in tutto o in parte dei porticati esterni. A questa più tarda fase edilizia possono attribuirsi i muri in laterizi e le pitture parietali di III e IV stile che si osservano in alcuni ambienti della villa.
Dall'atrio, che ha proporzioni grandiose ed era forse preceduto da un vestibolo aprentesi sulla via litoranea, si passa in un vano intermedio che occupa il posto normalmente riservato al tablino, quindi in un giardinetto chiuso su due lati e con un'ampia finestra a nord; al di là della parete fenestrata del giardino si apre un salone che insieme al già ricordato pròpylon monumentale dà accesso al viridarium. Il settore occidentale comprende alcune stanze di rappresentanza, una grande cucina e un quartiere termale, disposto intorno a un piccolo atrio tetrastilo con gli ambienti succedentisi nell'ordine consueto (spogliatoio, frigidario, tepidario, calidario; manca il praefurnium in quanto per la fonte di calore si utilizzava la cucina). Il settore orientale sembra fosse destinato a quartiere privato di abitazione: si articola intorno a un peristilio chiuso da plutei e ornato da una fontana.
Eccetto un ambiente con sontuosa decorazione di II stile, attiguo all'atrio, e un salone che conteneva il Larario, le stanze sono di modeste dimensioni. Restano le tracce di un piano superiore al quale si accede dal peristilio; ad est di quest'ultimo, il proseguimento degli scavi ha posto in luce nel 1977 una grande piscina, misurante 16 metri nel lato corto e almeno 60 nel lato lungo; sul bordo meridionale del bacino era un gruppo in marmo rappresentante  un Fauno che adesca un ermafrodito. Più che le sculture e le caratteristiche architettoniche, sono tuttavia  le pitture di IIstile che fanno della villa un complesso unico per omogeneità  e raffinatezza, ben degno di competere con i cicli dipinti delle celebri ville pompeiane di Boscoreale e dei Misteri, sì che è opportuna una loro dettagliata descrizione, anche in considerazione del fatto che si tratta di capolavori pressoché inediti.                 Nell'atrio il motivo della porta chiusa, ripetuto due volte per ogni  lato, è affiancato da quello di un colonnato visto in prospettiva diversa nella parete nord e in quella sud (a nord in primo piano rispetto alla porta, con sfondo di parete ornata di clipei che recano teste idealizzate, a sud in fuga prospettica con scudi appoggiati alle colonne che sostengono un epistilio dorico). Nalle sala 14 le pareti tripartite da colonne con candelabri fra gli intercolumni, i portoni chiusi, le fughe                di colonnati e i clipei figurati alle pareti laterali richiamano le pitture della già ricordata villa pompeiana di Boscoreale, oggi disperse in vari musei europei e americani (solo qualche frammento con decorazioni architettoniche è in una delle sale  del Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Anche la composizione pittorica del salone 15 è assai elaborata,  con quattro colonne corinzie in primo piano e al centro un doppio ingresso che inquadra al di là di un cancello semiaperto un giardino, nel quale si erge sopra un basamento cilindrico il tripode delfico; a sinistra e a destra si ammirano fughe di colonnati su due ordini sovrapposti, mentre alle estremità della parete appaiono file di pilastri da cui pendono degli scudi, richiamando il motivo decorativo dell'atrio. Nella stanza 23 le pitture di II stile sono ancora più complesse e scenografiche, anche se nell'intrecciarsi di elementi architettonici che dividono le pareti in cinque settori, spartiti da colonne e pilastri, sip; insinua l'impressione di una certa stanchezza inventiva. Fra le pitture eseguite nella seconda fase edilizia della villa è notevole quella del calidarium, appartenente alla fase finale del II stile, con un quadro mitologico centrale che sembra rappresentare Ercole   nel giardino delle Esperidi. Altrove le pitture sono di III e di IV stile; in particolare, nel quartiere rustico esse si palesano tarde e sommarie imitazioni del più antico stile pompeiano (I ) a false incrostazioni marmoree, articolandosi in fasci di linee spezzate scure su fondo bianco.
    La scarsità  di suppellettili e alcuni segni evidenti di lavori in corso mostrano come la villa, danneggiata dal terremoto del 62 d.C.,fosse in restauro al momento dell'eruzione del 79, e quindi disabitata o quasi. Quanto al suo proprietario, il bollo sul collo di un'anfora trovata nella grande latrina  che reca la scritta SECUNDO POPPAEAE, ha fatto ipotizzare che esso appartenesse alla gens Poppaea, la ricca famiglia campana che possedeva lussuose dimore a Pompei (Casa del Menandro e degli Amorini Dorati) e che era dedita alla produzione e fors'anche al commercio del vino. Se è certo che l'anfora venne spedita a un Secundus liberto o forse soprastante (procurator) della villa di Poppea, quest'ultima è quasi con altrettanta certezza da identificarsi con la moglie di Nerone, uccisa dall'imperatore, secondo la tradizione, con un calcio al ventre mentre era in attesa di un figlio.
All'interno della villa di via dei Sepolcri esiste un deposito di materiale archeologico proveniente dai recenti scavi: particolarmente significativi sono i bei gruppi marmorei, dallo spiccato carattere decorativo, destinati ad arricchire il peristilio, il giardino e i bacini di fontane, secondo l'elaborata scenografia dell'ars topiaria (arte del giardinaggio) pompeiana del I secolo dell'impero. Si tratta di quattro centauri rampanti, due maschili e due femminili, di un bambino che gioca con un'oca, di una statuetta di Afrodite che si slaccia il sandalo prima di entrare nel bagno, tutti derivati da originali greci di età ellenistica, e di un grande cratere neo-attico con scena di danza.
Poco lontano dalla villa di via dei Sepolcri, in via Murat, si è iniziato nel 1976 lo scavo di un'altra residenza signorile, apparsa sul retro della Scuola Media G. Parini. Si tratta di un grande complesso a due piani che la presenza di un peristilio a doppio ordine di colonne in tufo di Nocera fa datate al II secolo a.C. Sono conservati gli elementi lignei della trabeazione del porticato, mentre le varie centinaia di anfore rinvenute sotto il peristilio dimostrano come nei tempi immediatamente precedenti l'eruzione la villa, che in base a un sigillo inscritto sembra doversi attribuire a Lucio Crasso Terzio, fosse stata adibita a deposito di un commerciante di vini. Forse il Crasso proprietario della villa oplontina era parente di quell'altro personaggio dallo stesso nome che un'iscrizione pompeiana ricorda come proprietario di un complesso termale nella zona ovest della città, funzionante sia con acqua marina che con acqua termominerale. Secondo il Maggi, che diresse lo scavo  di questa seconda villa oplontina, tale complesso è probabilmente da identificarsi con quello, tutt'ora funzionante, delle Terme Nunziante di Torre Annunziata, presso lo stabilimento balneare Lido Azzurro: nel 1831 furono infatti segnalati nel sito i resti di una terma romana.



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